Pubblico volentieri.
(L’articolo è stato pubblicato sulla rivista PENSE & MARAVEE, periodico di cultura locale e valorizzazione del territorio gemonese di cui esiste anche il sito)

Sono passati tanti anni ormai da quando d’estate trascorrevo le vacanze a Gemona dai nonni, insieme alla mia famiglia.
Al nostro arrivo alla stazione, dopo il viaggio da Modena, trovavamo la corriera di Molaro che ci portava al centro del paese. Aveva la carrozzeria rotondeggiante e i finestrini piccoli, mentre l’ultimo in fondo era a forma di lunetta. Procedeva ondeggiando su per le curve, con le valigie malferme legate sul tetto.
Mi piaceva sedermi negli ultimi posti, sotto la lunetta e da lì guardare le case e la strada che si snodava dietro di me. Giunti nella galleria di via XXVIII Aprile, per un attimo, al buio, si risvegliavano in me sensazioni e ricordi già affiorati durante il viaggio. Rivedevo i prati di colore verde muschio e l’ azzurro pulito del cielo e percepivo il profumo dell’aria e della terra spesso bagnata da recenti piogge… mentre il clacson annunciava villanamente la presenza della corriera. Di lì a poco saremmo arrivati.
Nonno ci aspettava nella piazza del Municipio, accanto al monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Elegante e dal portamento fiero, ci salutava con affetto: “Oh nini!” diceva abbracciandoci e guardandoci attentamente con quegli occhi azzurri dal taglio un po’ etrusco.
Ci incamminavamo quindi verso l’abitazione dei nonni che formava una L col lato breve di una casa attigua, congiunta ad essa, ma più aggettante. All’angolo erano fissate due sbarre di ferro piatto, forgiate quasi a formare un semicerchio, servite un tempo per attaccare i cavalli. Ora queste, ormai arrugginite, erano diventate la gioia di noi bambini che ci divertivamo a farvi le capriole; chissà perché quelle sbarre erano la prima cosa che guardavo quando arrivavo in via S. Giovanni! Poi l’attenzione veniva catturata dai fasci dei glicini in fiore, che scendevano rigogliosi e leggiadri dalla terrazza di Casa Falomo, e dallo schioccare delle palle da biliardo provenienti dal café omonimo di via Cavour, a cui faceva eco il vociare in friulano, vivace e rumoroso, degli incalliti giocatori. Ciao Pierluigi!
Ma il cuore di via S. Giovanni custodiva anche un piccolo segreto. Guardando attraverso la finestrella di un seminterrato, che dava sulla strada, si poteva vedere su un tavolo da cucina un elmetto di ferro, dove erano stati piantati dei piccoli fiori azzurri di montagna; immaginavo che potesse essere appartenuto a un giovane eroe morto in battaglia, dagli occhi color del cielo e con il sorriso in volto.
Infine, eccoci arrivati! Sulla porta d’ingresso su di una lucida targhetta di ceramica bianca era scritto: “Dr. Ulrico Fontanelli Veterinario Igienista”. Nonna Egle ci aspettava alla finestra, col suo vestito bianco e nero, i gomiti appoggiati sul davanzale e i capelli d’argento raccolti in una crocchia. Era affettuosa e parlava poco, ma quello che diceva colpiva nel segno. Aveva gli occhi scuri e un po’ malinconici.
Mi chiamava Lallina e sentivo che mi amava. Il suo maggior divertimento era la partita a scopa nel tardo pomeriggio con la signora Maria, sua coetanea.
Salivamo in fretta le scale, che scricchiolavano sotto i piedi e odoravano di cera, e correvamo ad abbracciarla.
Ad attenderci in casa c’era anche zia Ada, la sorella di nonno Ulrico. Era una maestra in pensione dai capelli tinti di nero, gli occhi azzurrini e il rossetto sulle labbra. Mi chiamava Lauricchia ed io chiamavo lei Chiara Confetta. Indossava sempre grembiuli a quadretti bianchi e azzurri o rosa e trascorreva parte della giornata in una piccola terrazza della casa, alla quale si accedeva tramite una stretta scala a chiocciola di legno grezzo, che partiva dal secondo piano. Di mattina mi recavo anch’io in quello spicchio di cielo sospeso tra le vecchie tegole dei tetti, dove spesso nuvole bianche coprivano le cime dei monti di spuma d’avorio. Parlavo con lei di stelle cadenti, di baci perduti, di favole antiche.
Intanto, giù, in camera sua, nonno Ulrico suonava mirabilmente il violino e sembrava che quelle note vibranti nell’aria facessero parte anch’esse di quel mondo fantastico. E così spesso, senza rendermene conto, realtà e sogno si fondevano in un’unica emozione.
I pomeriggi erano per lo più dedicati agli amici. Macrì e Sergio erano i primi a passare sotto le finestre e chiamavano mio fratello Dedi e me con un fischio. Ora Dedi non c’è più, se ne è andato per sempre l’anno scorso e mi piace ricordarlo così: con i capelli neri lisci e il sorriso della giovinezza .
Nei pomeriggi caldi d’estate, sotto il portico di Villa Stroili, si mangiava l’anguria e si giocava a poker. Menotti rifletteva imperturbato, Sergio ragionava a voce alta con gli occhi ridenti, Dedi, tra un bluff e un colpo di fortuna, faceva piedino a Macrì, che restava impassibile, e infine io, spesso, facevo casino . Così eravamo.
Poi, quando le ombre si allungavano e il sole cominciava a giocare a nascondino tra gli alti pini del giardino, accendevamo il mangiadischi: Paul Anka, Little Richard e il grande Elvis erano i preferiti. Macrì ballava un perfetto rock figurato ed io, che non riuscivo a fare nemmeno un passo, l’ammiravo con una punta di invidia.
Ma la musica rock si ascoltava anche inserendo qualche moneta da 100 lire nel juke box del bar Al Garibaldi nella piazza omonima. Altri amici, che non posso dimenticare, si univano al nostro gruppetto in quel bar e fra di essi mi piace ricordare Walter la cui giovinezza troppo presto si dileguò nel vento senza farvi ritorno.
Tutto questo accadeva solo ieri ed è già lontano.
LAURA MARCELLETTI

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She’s my mother. Loro sono i suoi nonni.