Questa storia sì, la voglio raccontare. Strappo un foglio bianco dal mio blog notes e comincio.
* * *

Dice che ora brucia. Questa mattina ha visto un rivo di sangue uscire dal cuore, zampillava rosso, vorace e riempiva una pozza che sembrava l’alveo caldo di un lago.
Ha smesso di sognare, si alza in piedi e comincia a pensare. Ricorda, guardando fuori dalla finestra. Ci sono scheletri d’albero fuori, senza foglie e senza colori, neanche quelli dell’autunno. Bastoni neri a forma di croci.
Come se qualcuno non ci fosse più, o non ci fosse mai stato.
Si sente un esule, appena se ne ricorda il sangue sale alla testa. Esule Esule Esule. E adesso prende tempo, apre il vocabolario e va a leggere l’etimologia. E-sule: ex solo, fuori, lontano, via dal (proprio) suolo. Un po’ come s-radicato. Un po’ come quegli scheletri d’albero che sono là fuori.
Ma questa cosa fa male solo quando ci pensa perché in questo luogo, nell’altrove, sta bene.
E torna fuori a guardare.
La nebbia bianca ha coperto tutto. Niente di niente, solo il silenzio. Come la notte prima di Natale.
Prima vedeva nulla perché aveva riposto la speranza in nulla. Era un inganno.
Ora guarda le radici che crescono ai suoi piedi. Le vede? Le vede. Le vede verdi, già scure. Lotta contro il buio che vedeva fuori, non dentro. Dentro è salvo. C’è luce. Respira.
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Si staccano così le foglie, i capelli, le gocce, le pagine.
Me ne andai di casa nell’anno 1968, mio diciottesimo, dopo un’infanzia smaltita come una quarantena.
Scelsi il treno, l’orario, non mi affidai al caso di un passaggio: volevo governare la partenza. Presi posto al finestrino e restai fisso a guardare fuori la processione del mio addio. Mentre mi staccavo, la città mi finiva sottopelle come quegli ami da pesca che, entrati dalle ferite, viaggiano nel corpo, inestirpabili.
Nel chiasso delle molte porte sbattute, la mia la chiusi piano. Mio padre piangeva con singhiozzi regolari il cui ritmo, conficcato a chiodo nelle orecchie, ho ripetuto sul cantiere quando, battendo col martello sullo scalpello, mi è rintoccato tra le mani.
Mi lasciò andare senza una bestemmia.
I suoi resti stanno in collina vicino a una ferrovia locale, con vista sopra il lago.
Se il verbo tornare ha per me un senso e un indirizzo, se anche io ho un posto dove tornare, è quella collina. Tornare per me è un verbo di bisbigli, non di geografia.
Erri de Luca, Napòlide