Prendo le forbici, voglio sentire quel suono sordo e dolce che accompagna la carta quando è tagliata.
Le forbici che ho non vanno bene, hanno il manico colorato, come fossero per bambini, sono rosse ed arancioni. Le mie debbono essere tutte dello stesso colore, metalliche, capaci di tagliare la carta come fosse velluto. Le mie forbici debbono essere appuntite, eleganti nella loro fisionomia, nè colorate, nè forbici qualunque. Forbici, con la F maiuscola. Lunghe, di una lunghezza sufficiente a non sentire attrito.
Devo andare a comprarle così posso cominciare a tagliare.
* * *
Adesso prendo la carta, la trovo nell’armadio, basta aprirlo, è nero e lucido. Mi invita, per quanto è bello. Lo apro, cerco l’occorrente, la materia prima, come fosse schiuma per la barba.
Trovo quel che cerco. Adesso l’operazione più difficile, distinguere. Uso i guanti termici, di lattice, quelli che mi proteggono le mani dalle ustioni, dal cancro della pelle.
Da piccola mi piaceva sentir raccontare storie. La forma più semplice per me di chiedere affetto era chiedere a qualcuno che mi raccontasse la sua storia. Passavo ore a recitare il mantra del mi racconti. A chi lo faceva spontaneamente veniva tributato un riconoscimento particolare.
Inizio a separare, questa sì questa no, questa è contaminata, questa è sana.
Mi sembra di avere qualcuno alle spalle. “C’è qualcuno dietro di me?” Non mi volto, so che non c’è nessuno.
Patty Smith dice che distinguere tra il bene e il male sia un errore, che abbia senso farlo solo tra la purezza e la sua assenza.
La purezza, a chi la avevo lasciata io?
Al diavolo, non c’è dubbio.
Ricomincio a dividere, ogni tanto rileggo, mi ci cade l’occhio, inutilmente. Vado avanti.
Questa sì, questa no, questa neanche. Quest’altra nemmeno. Questa invece non è per me nè per te, ma non la tengo lo stesso, mi dispiace.
Hai giocato a pocker e hai perso l’asso di bastoni, io invece non ho perso carte, le ho tutte qui davanti.
Il mucchio è pronto, da una parte quello da bruciare, dall’altra quello da salvare.
Prendo le forbici, la lama è lucente, riflette quel che basta. Guardo la punta, infilzerebbe la pancia di un uomo se solo volesse.
Il resto è uno scherzo, l’ho già fatto, seguo il filo della lama fino in fondo, creo striscioline di carta larghe come fossero i bigoli di una crostata, poi incrocio, inverto l’asse e procedo in senso inverso formando piccoli rombi. Coriandoli.
Quel che resta rimane a me ed è integro.
Purezza inclusa.