Mobydick

Thinking of faber

by Silvia on January 11, 2010

Foto di Guido Harari.

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Mi viene di fare post doppi, forse perché uno da solo sarebbe poco, forse perchè, e mi sembra più probabile, nascono gemelli, pur essendo tra loro ben distinti.

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Dico soltanto che accadeva di lui come di una nave squassata dalla tempesta, la quale miseramente avanzi lungo la costa, sottovento. Il porto le darebbe volentieri soccorso; il porto è pietoso, nel porto c’è sicurezza, comodità, focolare, cibo, coperte calde, amici e tutte le cose care alla nostra vita mortale. Ma in quella bufera il porto, la terra, sono per la nave il rischio più temibile. Essa deve fuggire ogni ospitalità; toccare terra una volta, anche soltanto sfiorando la chiglia, significherebbe far rabbrividire la nave da cima a fondo. Con tutta la sua forza essa apre ogni vela per allontanarsi da terra e, così facendo, lotta proprio contro i venti che volentieri la spingerebbero a riva e si getta di nuovo alla ricerca dei mari sconvolti, purché lontani da terra; per cercare salvezza si precipita disperatamente nel pericolo: l’unico amico è il suo più spietato nemico!

(HM, MD)

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:-)

by Silvia on January 5, 2010

Potete aver visto molte navi bizzarre nella vostra vita, per conto mio; trabiccoli a forma di alluce; monumentali giunche giapponesi; galee fatte come la scatola del burro, e chissà cos’altro; ma, sulla mia parola, non avete mai incontrato un vascello così originale come questo curioso, antico “Pequod”. Era una nave della vecchia scuola, piuttosto piccola, con un’aria da credenza antiquata, con le gambe ad artiglio. Di lunga stagionatura e colorita dalle intemperie, nei tifoni e nelle calme dei quattro oceani, il materiale del suo vecchio scafo si era brunito come la pelle di un granatiere francese che avesse fatto le campagne d’Egitto e di Siberia. La prua veneranda aveva la barba. Gli alberi, tagliati chissà dove sulle coste del Giappone, dopo che gli originali si erano perduti in un fortunale, gli alberi si ergevano rigidi come le spine dorsali dei tre vecchi re di Colonia. I ponti vetusti erano consunti e rugosi come la lastra di pietra venerata dai pellegrini nella cattedrale di Canterbury, là dove Becket versò il suo sangue. Ma a tutte queste vecchie anticaglie si aggiungevano nuove e meravigliose fattezze, proprie del traffico selvaggio che essa stava conducendo da più di mezzo secolo.
(HM, MD)

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